Quando è la mano a tremare

Una riflessione dopo le prime cento pagine di “Rumore” di Kahneman su bias e incoerenza del giudizio.

Sto leggendo “Rumore” di Daniel Kahneman, Olivier Sibony e Cass Sunstein e dopo cento pagine ho avuto una sensazione sgradevole: non stavo guardando il problema sbagliato, stavo guardando il problema più comodo. Onestamente, quando ho iniziato a leggerlo, pensavo ad un libro sui pregiudizi, qualcosa da combattere con un po’ di consapevolezza, qualche corso ben fatto e un po’ di disciplina mentale. Invece mi sono imbattuto in qualcosa di più inquietante: la possibilità che possiamo sbagliare in modo completamente caotico, senza nemmeno accorgercene, senza nemmeno avere una direzione nello sbaglio.

Il bias è rassicurante. Se sei troppo ottimista, sbagli sempre nello stesso senso. Se un medico tende a sottovalutare una malattia, lo farà con coerenza. L’errore ha una firma, un orientamento, quasi una personalità. È storto, sì, ma è uno storto riconoscibile. E ciò che è riconoscibile può essere corretto. Possiamo misurarlo, denunciarlo, perfino moralizzarlo. Possiamo dire: qui c’è un pregiudizio. Qui c’è un errore sistematico. Qui possiamo intervenire.

Il rumore no. Il rumore è l’errore senza direzione, senza ideologia, senza colpa. È il medico che visita lo stesso paziente due volte e arriva a due diagnosi diverse. È il giudice che infligge pene opposte per reati quasi identici. Non perché sia corrotto, non perché sia prevenuto. Semplicemente perché il giudizio umano oscilla. Vibra. Cambia. E cambia anche quando non dovrebbe.

La parte davvero destabilizzante è questa: per individuare un bias devi sapere qual è la risposta giusta. Devi avere un punto fermo fuori dal sistema. Per individuare il rumore, invece, non ti serve la verità. Ti basta la coerenza. Ti basta osservare se la stessa persona, davanti allo stesso problema, risponde in modo diverso in momenti diversi. Il rumore è misurabile prima ancora di sapere se esiste una risposta corretta che a volte non avrai mai. È errore allo stato puro. Non ideologico. Non morale. Strutturale.

Gli autori lo definiscono “il gemello trascurato del bias”. Ma forse è peggio: è il gemello che abbiamo ignorato perché non ci permette di sentirci migliori. Combattere i pregiudizi ci fa sentire evoluti. Lavorare sui bias ha una dimensione etica, quasi eroica. Possiamo dire di stare migliorando il mondo. Accettare il rumore, invece, significa ammettere che anche il professionista più competente può contraddirsi da un giorno all’altro senza rendersene conto. Significa ammettere che la nostra sicurezza è, in parte, un’illusione statistica.

La formula è brutale nella sua semplicità:

Errore complessivo² = Bias² + Rumore²

Due forze diverse, stesso peso. Eppure parliamo quasi solo della prima. Seguiamo corsi sui pregiudizi inconsci. Scriviamo linee guida etiche. Ci convinciamo che se raddrizziamo la mira colpiremo il bersaglio. Ma se la mano trema ogni volta in modo diverso, la mira perfetta diventa irrilevante. Non stiamo correggendo l’angolo. Stiamo ignorando l’instabilità. I dati citati sono difficili da liquidare come eccezioni: giudici più severi prima di pranzo, medici che cambiano diagnosi a seconda dell’ora, esperti finanziari che valutano lo stesso asset in modo opposto a distanza di settimane. Non grandi dilemmi morali. Fattori banali come fame, stanchezza, umore che preferiremmo considerare marginali e che invece infiltrano decisioni che cambiano vite.

In un mondo perfetto, gli imputati verrebbero affidati alla giustizia; nel mondo reale, vengono affidati a un sistema rumoroso.

I pazienti non incontrano “la medicina”, incontrano un medico in un certo momento della giornata. Gli investitori non incontrano “il mercato”, incontrano un analista in una certa settimana del mese. E noi continuiamo a raccontarci che l’errore è soprattutto una questione di cattiva direzione, quando forse è prima di tutto una questione di instabilità.

La verità scomoda è che il rumore non ci accusa di essere cattivi. Ci accusa di essere incoerenti. E l’incoerenza è più difficile da combattere, perché non ha un volto contro cui puntare il dito. Non c’è un nemico morale da denunciare. C’è solo una mano che non sta ferma.

Continuerò a leggere cercando una soluzione, una tecnica, un metodo per smettere di tremare. Per ora ho solo una domanda che mi rimane addosso: abbiamo passato decenni a fissare il bersaglio, ossessionati dalla direzione dei nostri errori. E se il problema non fosse dove stiamo mirando, ma il fatto che ogni volta siamo persone leggermente diverse mentre premiamo il grilletto?


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