Perché l’ossessione per la produttività ci sta rubando la vita e come la “finitudine” può finalmente renderci liberi.
Se vivrai ottant’anni, avrai a disposizione circa quattromila settimane. Non una di più. Burkeman apre il suo libro “Come fare ad avere più tempo” con questa frase e ti lascia lì a digerirla. Quattromila settimane. Sembra tantissimo, finché non inizi a contare. Da qui parte per demolire tutto quello che ci hanno raccontato sulla produttività, sul time management, su come “ottimizzare” le giornate. La sua tesi è semplice: più diventiamo bravi a fare le cose velocemente, più cose ci troviamo da fare. Più provi a tenerlo fermo, più ti scappa via.
C’è un’osservazione che Burkeman fa e che è difficile da digerire: in tutte le epoche, se eri ricco, il vantaggio era non dover lavorare. Oggi funziona al contrario: essere oberati diventa uno status symbol. E la cosa peggiore, nota l’autore, è che questa follia è contagiosa. Chi sta in alto nella piramide spreme l’efficienza di chi sta sotto per aumentare i margini, e così via in una spirale senza fine. Il risultato? Svuoti la casella email, tiri un sospiro di sollievo. Ding: nuova notifica. Siamo Sisifo versione 2.0, solo che invece del masso abbiamo le notifiche di WhatsApp.
La tesi di Burkeman è semplice e scomoda: diventare più efficienti non ci farà mai sentire di avere abbastanza tempo. Le richieste cresceranno sempre per riempire lo spazio che abbiamo creato. Non liberiamo tempo, creiamo solo nuove cose da fare. L’unica via d’uscita è mollare l’idea di poter fare tutto e scegliere cosa conta davvero. Ma per arrivarci bisogna capire quando il tempo è diventato un nemico.
Burkeman ricostruisce la storia di come siamo arrivati qui. Prima del XIV secolo il tempo non era una cosa che si possedeva. Era semplicemente dove la vita succedeva. Poi sono arrivati gli orologi meccanici, il capitalismo industriale, e tempo e vita si sono separati. Il tempo è diventato una risorsa. Da usare bene. Da non sprecare. Da massimizzare. E così, nel momento in cui abbiamo provato a dominarlo, ne siamo diventati schiavi.
Questa premessa storica non è solo un excursus accademico. Serve a capire perché tutte le tecniche di produttività che conosciamo sono costruite su un’idea sbagliata: che il tempo sia qualcosa da conquistare. Ma Burkeman fa il suo salto: più accettiamo di essere limitati e lavoriamo con questi limiti invece che contro, più la vita funziona. Non esiste tecnica di produttività che batta il semplice guardare in faccia la realtà: hai un limite, questa non è una prova generale, ogni scelta esclude mille altre possibilità. L’alternativa è distrarsi. Perdersi nel fare quotidiano, lasciarsi travolgere dalla routine per dimenticare dove siamo davvero. Ma solo quando accetti di essere limitato puoi avere un rapporto vero con la vita. E qui Burkeman propone una prospettiva che ribalta tutto: forse il miracolo non è che ci abbiano rubato il tempo infinito che ci spettava. Il miracolo è averne ricevuto un po’, invece di niente.
E quindi, se non puoi fare tutto, come scegli? Burkeman propone tre principi concreti.
- Pagati in anticipo: La cosa più importante la fai nella prima ora del giorno. Punto. Metti anche degli appuntamenti con te stesso in calendario, così nessuno può rubarti quel tempo.
- Limita i progetti aperti: Massimo tre contemporaneamente, suggerisce l’autore. Quando ne finisci uno, ne apri un altro. Non prima.
- Dire di no anche alle cose che vorresti fare: Non si tratta di rifiutare quello che non ti interessa, quello è facile. Il problema è dire no a cose che ti piacciono, sapendo che hai una vita sola. Magari non puoi tenere quel lavoro e vedere di più i tuoi figli. Magari se dedichi tempo al tuo progetto creativo, la casa non sarà mai perfettamente in ordine e farai meno sport di quanto vorresti. Sono verità che fanno male, ma evitarle non le fa sparire.
E qui Burkeman tocca un’altra ossessione moderna: il controllo. Chi pianifica tutto chiede al futuro garanzie che il futuro non può dare, perché deve ancora succedere. Cercare di controllare il futuro è una battaglia già persa. E forse, scrive l’autore, non è nemmeno una buona idea avere il controllo su tutto. Molte delle cose che amiamo di più nella nostra vita sono capitate, non le abbiamo scelte.
Questo punto mi ha fatto pensare. Ho visto persone paralizzate quando il piano non funziona, incapaci di improvvisare. Agende perfette, liste dettagliate, controllo su ogni variabile. E poi arriva un imprevisto: una chiamata inaspettata, un progetto che salta, una persona che incontri per caso. Ed è proprio lì, nell’improvvisazione, che succedono le cose migliori. Se tutto fosse pianificato saremmo dei robot efficienti ma vuoti. È il modo in cui reagiamo agli ostacoli, come ci adattiamo quando il piano non funziona, che ci rende quello che siamo. Forse il punto non è avere il controllo perfetto, ma saper danzare quando lo perdi.
Ma scegliere di lasciare andare il controllo è una cosa. Farselo rubare è un’altra. Il problema degli smartphone e dei social non è solo che ci distraggono dalle cose importanti. È che cambiano la definizione di cosa è importante. Il filosofo Harry Frankfurt lo dice in un modo che Burkeman riprende: ci tolgono la capacità di “volere ciò che vogliamo volere”. E così entriamo nella spirale. Dall’inizio dell’era dell’accelerazione, nota l’autore, ogni volta che qualcosa diventa più veloce, invece di essere contenti, ci irritiamo perché non è ancora più veloce. Amazon consegna in 24 ore? Ci arrabbiamo se il pacco arriva alle cinque invece che alle dieci. Il film parte in streaming? Ci innervosiamo per due secondi di buffering. Non basta mai. Aspettiamo che tutto diventi istantaneo, convinti che una volta eliminata ogni attesa saremo finalmente liberi di compiere qualcosa di importante. Ma non succede mai.
E se il punto non fosse affatto fare qualcosa di straordinario con le nostre quattromila settimane? Se fosse il contrario? Burkeman invita a lasciare perdere gli standard impossibili che ci mettiamo in testa. A prendere la vita per quello che è. Concreta, limitata, e spesso bellissima. Nel libro c’è una citazione di Galway Kinnell che mi ha colpito:
“Mentre sbucciavo una mela rossa colta in giardino, ho capito che la vita mi avrebbe presentato solo una meravigliosa serie di problemi irrisolvibili. Questo pensiero ha portato nel mio cuore un oceano di pace”.
La nostra vita è terribilmente breve. Ma Burkeman dice che non è un motivo per disperarsi. È un motivo per smettere di inseguire l’impossibile: l’idea di diventare persone perfette, ottimizzate, onnipotenti, sempre serene, completamente indipendenti. Una volta che molli questa missione, puoi finalmente iniziare a lavorare su quello che è davvero possibile.
C’è un paradosso strano in tutto questo: smettere di cercare la strategia perfetta per essere sereni ti rende sereno all’istante. Quando accetti davvero che ti perderai la maggior parte delle cose che il mondo offre, il problema sparisce. Ti concentri sul goderti quello che puoi fare e scegli con più libertà cosa conta. Non serve procrastinare sperando di evitare le perdite: è garantito che ci saranno. Il treno è già partito. Che sollievo.
Le quattromila settimane non sono una condanna. Sono un tempo che dobbiamo imparare a rendere nostro. Io ci sto ancora lavorando. Ho messo due progetti in pausa questa settimana. Non perché non fossero interessanti, ma perché ho guardato il calendario e ho fatto i conti. E invece di sentirmi frustrato, per la prima volta ho provato qualcosa di simile a quella pace di cui parla Kinnell. Non è che ho risolto tutto. Ma ho smesso di fingere di poterlo fare.
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Leggendo questo articolo mi sono ritrovata molto e sono pienamente d’accordo con l’autore. A me, che so già di avere “perso” metà di quelle settimane, risuona forte l’idea che certe cose le capisci solo con la maturità. La serenità non è qualcosa da conquistare correndo di più, ma da ritrovare rallentando e scegliendo. Ritagliandosi tempo per fare finalmente le cose che abbiamo sempre rimandato, non perché inutili, ma perché “non urgenti”.
Ottimizzare i tempi ha senso, sì, ma non per fare ancora di più: per godersi meglio quei pezzi di vita che ci meritiamo davvero di vivere. Perché alla fine il punto non è incastrare tutto, ma accettare che non tutto ci starà. E forse proprio lì, in quella rinuncia consapevole, nasce una forma di pace che nessuna agenda perfetta potrà mai dare.
V.