Dalla quinta conferenza di Solvay all’intelligenza artificiale: cosa succede quando smettiamo di capire davvero come funzionano le cose
Qualche anno fa, ho letto il libro di Gabriella Greison, “L’incredibile cena dei fisici quantistici“
All’epoca mi era sembrata una storia sulla fisica.
Oggi non ne sono più così sicuro.
Anno 1927, quinta conferenza di Solvay, Bruxelles. Ventinove persone in quella stanza. Diciassette erano o sarebbero diventati premi Nobel. Una sola era donna: Marie Curie, che di Nobel ne aveva già vinti due, in due discipline diverse. Immagina di essere in quella stanza. Non come ospite ma come osservatore invisibile. Senti il rumore delle sedie, il fumo delle pipe, il francese misto al tedesco. E sotto tutto questo, qualcosa di più pesante. La tensione di chi sa che si sta decidendo qualcosa di irreversibile.
Quello che non capisci subito è che stai assistendo a una lite.
Albert Einstein contro Niels Bohr. Il determinismo contro la probabilità. Non è una conferenza. È un processo. E l’imputato è la realtà.
Il libro di Gabriella Greison restituisce il rumore di quella stanza. Perché quello che si stava decidendo a Solvay non era una questione di equazioni. Era una questione di controllo. Fino a quel momento il mondo funzionava. La fisica di Newton reggeva ponti, calcolava traiettorie, costruiva macchine. A ogni causa corrispondeva un effetto. L’ingegnere progettava perché il risultato era prevedibile. L’universo era un orologio e tu avevi il cacciavite.
Poi arrivano Bohr, Heisenberg, Schrödinger. E quel meccanismo sparisce.
Nel cuore della materia non c’è niente da smontare. C’è una distribuzione di probabilità. Nessuna certezza. Solo la statistica di quello che potrebbe accadere. Einstein non ci sta e passa le colazioni a costruire esperimenti mentali per demolire la teoria, propone paradossi, cerca il punto debole. Bohr passa le giornate a smontarli uno per uno, con pazienza certosina.
“Dio non gioca a dadi” non è una battuta. È il grido di un uomo che vede crollare l’idea stessa di un universo governabile. Aveva torto, tecnicamente. Ma aveva ragione su una cosa: il disagio. La meccanica quantistica funziona, e funziona benissimo. Ma il problema che solleva resta intatto: se perdi il nesso causale, cosa stai controllando davvero?
Quella discussione non è rimasta in quella stanza. È solo cambiato il tavolo. L’ingegneria classica è deterministica: scrivi codice, il computer esegue. Puoi seguire il flusso, capire dove qualcosa si rompe, correggerlo. Tutto è un algoritmo, complesso quanto sia, ma un algoritmo.
Oggi però qualcosa è cambiato. L’AI non esegue. Genera. Non segui più un flusso, non trovi il punto dove si rompe, non correggi. Dai un input, osservi un output. Nel mezzo c’è qualcosa che nessuno riesce a leggere riga per riga.
I lose control, direbbe Teddy Swims.
Il disallineamento di cui si parla tanto nasce qui. Se non so perché il sistema ha deciso così, posso dire di governarlo? O sto solo osservando qualcosa che funziona abbastanza bene da sembrare sotto controllo?
A Solvay non hanno risolto questo problema. Hanno fatto un’altra cosa. Hanno smesso di pretendere che il mondo fosse semplice. Hanno accettato che l’indeterminazione non fosse un errore del modello, ma una proprietà della realtà. E hanno continuato a lavorare lo stesso. Da quella scelta sono nati i semiconduttori, il laser, la risonanza magnetica. Tecnologie precisissime costruite su fondamenta che precise non sono.
La foto di Solvay smette di essere una foto di archivio; diventa uno specchio: quegli uomini, e quell’unica donna, stavano affrontando una domanda identica alla nostra: come si costruisce qualcosa di affidabile sopra qualcosa che non capisci fino in fondo?
Non avevano una risposta. Hanno provato lo stesso.
Noi siamo nello stesso punto. Con strumenti più potenti e meno illusioni. La differenza è che oggi sappiamo già come è andata a finire una volta. Il caos non ha distrutto tutto. Ha cambiato le regole del gioco. E noi abbiamo continuato a costruire. Einstein ha perso il dibattito. Ma non ha smesso di cercare. Ha continuato a fare domande anche quando il consenso era contro di lui, anche quando le risposte non arrivavano.
Il problema di oggi non è che l’IA sia pericolosa. È che funziona, e non sappiamo fino in fondo come. Quella combinazione di efficacia senza trasparenza è esattamente il tipo di cosa che Solvay ci ha insegnato a temere.
Se fossi ancora in quella stanza, in mezzo al fumo e al tedesco e al francese, sentiresti lo stesso rumore. Non quello delle sedie ma quello di qualcosa che cambia.
A Solvay hanno smesso di pretendere che il mondo fosse un meccanismo da smontare.
Noi stiamo costruendo lo stesso tipo di mondo. Solo più in fretta.
La domanda è se ce ne siamo accorti.
O se stiamo ancora cercando il cacciavite.
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