La crepa di Solomon

Una faina zoppa, una consapevolezza non scelta e il costo di non poter tornare indietro. Riflessioni su “i miei stupidi intenti” di Zannoni

Ero in una libreria a Bologna, uno di quei pomeriggi in cui giri tra gli scaffali senza una meta precisa. Mi cade l’occhio su una copertina: “I miei stupidi intenti”. Lo prendo, leggo il risvolto. Mentre sono ancora lì, una signora mi passa accanto, guarda il libro e, con un sorriso tranquillo, dice: non puoi non leggerlo. Non so chi fosse. L’ho rivista alla cassa, mi ha fatto un cenno di approvazione vedendolo tra le mani. È bastato. Il libro è finito nel sacchetto, e quella frase mi è rimasta addosso abbastanza da farmelo iniziare subito.

Aveva ragione. Ma non nel modo in cui di solito si consiglia un libro. In un senso più scomodo: non puoi non leggerlo perché, una volta aperto, ti mette davanti a qualcosa da cui diventa difficile distogliere lo sguardo.

La storia è quella di Archy, una faina zoppa venduta dalla madre per una gallina e mezza a Solomon, una vecchia volpe che vive in cima a una collina con una Bibbia e troppi segreti. Solomon ha già attraversato una soglia: ha imparato a leggere da solo, ha scoperto Dio, la morte come concetto astratto, il tempo. E invece di tenerseli per sé, li trasmette ad Archy. Non mi è chiaro se lo faccia per generosità o per egoismo. Forse entrambe le cose coincidono. O forse, a un certo punto, la distinzione smette di avere senso: ciò che si è visto chiede di essere detto, anche quando dirlo significa incrinare qualcun altro.

Quello che Solomon passa ad Archy non è una competenza. È una crepa. Qualcosa che, sotto la pressione della vita, può aprirsi e far cedere tutto.

Prima della scrittura, Archy è un sistema perfetto nella sua brutalità: istinto, sopravvivenza, presente. Dopo, diventa qualcos’altro. Un osservatore dei propri processi interni. Analizza il passato, teme il futuro, giudica le proprie azioni con un metro che gli altri animali del bosco non hanno e non sanno nemmeno che si possa avere.

Qui il romanzo trova la sua precisione: la consapevolezza non è una conquista lineare. È una variabile che entra in un sistema e lo destabilizza. Archy non diventa migliore perché sa leggere. Diventa consapevole. E la consapevolezza non è un vantaggio semplice. È un peso e, inevitabilmente, anche la condizione perché qualcosa come un senso possa esistere, per quanto fragile.

Lo rallenta. Lo complica. Lo isola.

La scena più dura è quella in cui la fame prende il sopravvento. Spegne tutto: ragione, affetto, identità. Archy prende il figlio, lo porta fuori, è pronto a mangiarlo.

Qui accade qualcosa di atroce: Archy non è paralizzato dall’orrore di ciò che sta facendo. Al contrario, risponde a sua moglie che gli urla e lo strappa via da quel mondo di puro istinto: “ho fame”. Solo dopo Archy capisce qualcosa con lucidità assoluta: il legame è cambiato. Non si torna indietro. Non c’è racconto che possa rimettere le cose esattamente al loro posto. Alcune visioni restano, e continuano a lavorare sotto la superficie.

Il titolo arriva da un verso che Solomon cita: canta solo di un animale, e dei suoi stupidi intenti. All’inizio suona come una condanna. Poi cambia segno.

Gli intenti di Archy sono stupidi perché sproporzionati rispetto a ciò che è: una faina zoppa in un mondo che premia i forti e i veloci. Lo sono perché nascono da una consapevolezza che nessuno gli aveva chiesto di sviluppare e che non gli semplifica nulla. E lo restano perché continua a portarli avanti, anche quando non producono alcuna ricompensa immediata, e nemmeno una garanzia. Sono, in altre parole, gli unici intenti che valgono qualcosa: non perché funzionino, ma perché insistono.

Alla fine Archy non fugge. Non prova a salvarsi. Non oppone resistenza. Come se sapesse che certi conti non si chiudono: si attraversano. Prima di allora, scrive. Passa la parola avanti, come Solomon aveva fatto con lui, come qualcun altro farà dopo. Non perché serva a sopravvivere, ma perché è l’unico modo che conosce per lasciare una traccia in un mondo che dimentica in fretta.

Diventare più consapevoli non rende la vita più facile. La rende più vera. E più vera significa più esposta, più sola, più difficile da abitare. Forse è anche per questo che quegli intenti restano, ostinati, imperfetti, senza garanzia.
Non perché portino da qualche parte, ma perché sono l’unica cosa che, mentre passiamo, prova a non sparire del tutto.

E forse, a pensarci bene, in un mondo che divora tutto velocemente e senza memoria, è anche questo uno stupido intento: rallentare, pensare e riflettere per non lasciarsi spegnere dal silenzio del bosco.


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Questa analisi è stata sviluppata partendo dai principi esposti in “I miei stupidi intenti” di Bernardo Zannoni. Puoi trovare questo e altri testi fondamentali nella mia “Pila di Libri”

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2 commenti su “La crepa di Solomon”

  1. La consapevolezza non è mai inutile, in nessun mondo. Per quanto mi riguarda, è una delle poche forze che davvero trasformano: ti costringe a guardare ciò che sei, ciò che vuoi e ciò da cui devi tenerti lontano. È una lente che non puoi più togliere, una soglia che una volta attraversata non permette ritorni. Crescere significa proprio questo: imparare a riconoscere le direzioni che ti appartengono e quelle che ti consumano, capire cosa desideri diventare e cosa non vuoi più accanto. La consapevolezza non semplifica, ma chiarisce. E nella chiarezza, anche quando fa male, c’è sempre un passo avanti.

    1. Grazie mille per questa riflessione. Hai centrato il punto: la consapevolezza non ti fa vincere la lotteria, ma almeno ti evita di sbattere contro lo stesso spigolo tutta la vita. È bello sapere che lo ‘stupido intento’ di questo blog abbia trovato una risonanza così lucida. Grazie

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