Cosa resta di un uomo di successo se togliamo il mito, riscoprendo la meraviglia, il caso e la pazienza di scrivere un errore dopo l’altro.
C’è un dettaglio, tra le tante cose che Bill Gates racconta nel suo Source Code, che mi ha bloccato mentre leggevo, qualcosa a cui non avevo mai pensato: quella di un bambino di sette anni che guarda allibito lo Space Needle di Seattle. In quel momento Bill non stava pensando ai microprocessori, ma era rapito dalla pura avventura di capire come funzionasse il mondo. E a pensarci è strano perché spesso finiamo per incasellare persone come lui nel cliché del genio freddo, dimenticandoci che dietro ogni grande architettura c’è sempre un inizio fatto di curiosità e, soprattutto, di un pizzico di fortuna.
Leggendo i suoi inizi, ho avuto la sensazione che la programmazione non fosse per lui solo un lavoro, ma un modo di stare al mondo. Scrive infatti che «all’apparenza, non c’era niente di più distante che scarpinare nei boschi e programmare al computer, ma entrambe le cose erano in fondo come un’avventura». Mi ha fatto riflettere su quanto spesso perdiamo questa capacità di vedere l’ordine sotto il caos. Gates ci insegna che non serve essere nati con la tastiera in mano, ma serve quella predisposizione a considerare la natura come un insieme di puzzle, convinti che «vi sia un ordine alla base dell’universo».
Questa ricerca di ordine non è però un esercizio solitario. Il successo, per come emerge dal libro, non è un monologo ma un dialogo costante con chi è capace di pungolarti. È l’incontro con Paul Allen a cambiare tutto, con quel modo di fare diretto: «Bill, tu che ti ritieni tanto intelligente, prova a risolvere questa cosa qui». È lì che scatta la scintilla: l’idea che le persone intelligenti debbano unirsi per risolvere problemi difficili. Mi ha colpito molto la sua ammissione di non aver capito subito che un’azienda fosse un’organizzazione umana «con tutte le fisime e i difetti umani che ne conseguivano». È un bagno di realtà: puoi avere il software migliore del mondo, ma devi imparare a gestire l’umanità.
Se dovessi però dire cosa mi ha lasciato davvero questo libro, non parlerei dei successi della Microsoft o dell’ambizione di mettere un computer su ogni scrivania. Mi fermerei all’epilogo, la parte che più mi ha scosso. È raro leggere un uomo di tale potere che ammette con estrema onestà di aver vinto la «lotteria della vita». Onestà rara. Soprattutto per uno come lui. Riconoscere il proprio privilegio – essere nato maschio, bianco, negli Stati Uniti – non sminuisce il suo lavoro, ma lo rende tremendamente umano. Mi ha fatto capire che la curiosità, da sola, è una fiamma che rischia di spegnersi se non viene alimentata, perché «non si può soddisfare la curiosità in isolamento… servono cure, risorse, guida e sostegno».
Forse il segreto di tutto, quello che vorrei portarmi dietro anche nel mio quotidiano, sta in una forma di pazienza: la capacità di continuare a guardare avanti. Gates confessa di passare ancora oggi le giornate a lavorare su svolte che potrebbero non verificarsi per anni, o forse mai. Mi piace l’idea di continuare a “programmare” la propria vita anche quando il sistema restituisce un errore, mantenendo intatta quella stessa curiosità elettrica di quel bambino di Seattle. In fondo, una volta strappati via gli anni e le cose apprese, ciò che resta è quella meraviglia di fronte all’ignoto che ci spinge a scrivere, ogni giorno, la nostra prossima riga di codice.
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