Flatlandia non parla di chi non vede. Parla di chi vede e tace

Un racconto del 1884 che non parla di chi non vede il cambiamento, ma di chi lo vede benissimo e sceglie di non dirlo

C’è una domanda che torna ogni volta che si parla di classici: ha ancora senso leggerli? Poi capita di aprire “Flatlandia”, un racconto del 1884 di Edwin Abbott, e la domanda cambia forma. Non più “serve davvero?”, ma “com’è possibile che fosse già tutto lì?”.

Flatlandia è, in superficie, una storia geometrica. Un mondo bidimensionale abitato da figure piane, in cui la forma determina tutto: ruolo, status, prospettive. Le linee rette rappresentano le donne, i triangoli sono la classe operaia, i quadrati e i pentagoni la borghesia, i poligoni con molti lati l’élite. Al vertice ci sono i Cerchi, così perfetti da sembrare senza spigoli. Non governano perché sono più intelligenti o più giusti. Governano perché approssimano meglio di tutti un ideale astratto di perfezione. E in quel mondo, la regola più rigida di tutte è una sola: non si parla della terza dimensione. Basta sostituire il numero di lati con anzianità, job title o posizione nell’organigramma. Il meccanismo resta identico: non è tanto quello che fai, ma la forma che hai assunto nel sistema.

In questo mondo, il protagonista, un Quadrato, vive una vita ordinata e prevedibile. Ha tutto quello che gli serve per non chiedersi mai se esista qualcosa al di là del piano su cui vive. Finché non arriva una Sfera. La Sfera proviene da un mondo a tre dimensioni e sceglie il Quadrato come apostolo di una verità che Flatlandia non conosce, o almeno così sembra: esiste una dimensione in più, un altrove, un sopra. Lo prende per mano e lo porta fuori dal piano. Il Quadrato vede per la prima volta il suo mondo dall’esterno, nella sua interezza, con tutto ciò che contiene e tutto ciò che non aveva mai potuto immaginare guardando solo da dentro.

Ed è proprio in quel momento, mentre il Quadrato sta vivendo la più grande illuminazione della sua vita, che Abbott inserisce la scena che cambia tutto il senso del libro. Guardando dall’alto, il Quadrato vede il Palazzo dell’Assemblea Generale degli Stati di Flatlandia. Tutti i Cerchi sono riuniti. L’ordine del giorno riguarda le nuove disposizioni contro chi pretende di aver avuto rivelazioni da altri mondi. Quando la Sfera irrompe nella sala provocando il panico, il presidente dell’assemblea impone la massima segretezza e condanna alla prigione a vita il segretario dell’assemblea, che era il fratello del Quadrato, per aver visto troppo.

I Cerchi conoscono la terza dimensione. E hanno deciso, insieme, che nessun altro debba saperlo.

Questo non è più un racconto sulla cecità. È un racconto sul potere e su quello che il potere è disposto a fare per restare tale. Un Cerchio in un mondo tridimensionale è solo una sfera mediocre. La terza dimensione non viene soppressa per ignoranza: viene soppressa perché la sua esistenza renderebbe irrilevante chi ha costruito tutto il suo privilegio sull’essere la figura più perfetta del piano.

Ed è qui che Abbott smette di essere fantastico e diventa feroce. Perché i Cerchi non sono mostri. Non urlano, non minacciano, non si sporcano le mani. Si riuniscono in assemblea, deliberano, verbalizzano. Usano le istituzioni per proteggere le istituzioni. E poi tornano a casa e il giorno dopo sorridono a chi sta sotto di loro, ascoltano le proposte di cambiamento con aria interessata, aprono tavoli di lavoro, nominano commissioni. La task force è la prigione di Flatlandia con il catering.

Dante li avrebbe riconosciuti subito. Nel terzo canto dell’Inferno, gli ignavi non hanno scelto il male: hanno scelto di non scegliere. Di non esporsi, di non rischiare, di galleggiare nell’interesse personale mascherato da prudenza istituzionale. Non sono i traditori né i violenti: sono qualcosa di più sottile e più diffuso. Sono quelli che sanno e tacciono. Che vedono e aspettano. Che capiscono perfettamente dove sta andando il mondo e decidono che non conviene dirlo finché la propria posizione è al sicuro. Il cielo e l’inferno li rifiutano entrambi, scrive Dante, perché non hanno lasciato traccia né in un senso né nell’altro. Abbott li mette in assemblea a deliberare.

La storia però, ormai lo sappiamo, non chiede il permesso; non lo ha mai fatto; nemmeno quelle volte in cui un sistema convinto della propria perfezione geometrica si è trovato improvvisamente obsoleto. E ogni volta, guardando indietro, è difficile non trovare la stessa scena: qualcuno che sapeva, qualcuno che aveva visto i segnali, qualcuno che aveva fatto i conti e aveva deciso che per ora conveniva stare fermi.

Il Quadrato, alla fine, viene imprigionato da eretico. Non perché abbia torto, ma perché ha ragione in un sistema che non può permettersi di dargli ragione. La domanda che resta, e che Abbott lascia senza risposta, non è se i Cerchi intorno a noi conoscano la terza dimensione. È quasi certo che la conoscano. La domanda è un’altra: cosa stiamo aspettando, esattamente, per dirlo ad alta voce?


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Questa analisi è stata sviluppata partendo dai principi esposti in “Flatland” di Edwin Abbott. Puoi trovare questo e altri testi fondamentali nella mia “Pila di Libri”

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