Settanta metri dalla vetta

Un libro sugli ottomila metri. Una domanda su come viviamo tutti i giorni

Settanta metri.

Ci penso ancora. Tamara Lunger era a settanta metri dalla vetta del suo ottomila. Si è girata. È scesa. Si è salvata.

La domanda che mi frulla in testa da quando ho chiuso il libro non è “perché non ha continuato?” La domanda è un’altra, più scomoda, più personale: quante volte avrei dovuto fermarmi e non l’ho fatto? E subito dopo, quella che complica tutto: ma quante volte ho fatto bene ad andare avanti?

Non esiste una risposta. E forse è proprio questo il punto.

Viviamo in un’epoca che celebra il raggiungimento, la vetta, il traguardo, il podio. Siamo circondati da storie di chi non si è fermato, di chi “ha dato tutto”. Abbiamo imparato, quasi senza accorgercene, che fermarsi è fallire.

Ma Tamara su quella montagna ha fatto una cosa che pochi sanno fare: ha guardato i suoi limiti negli occhi. Li ha riconosciuti. Li ha rispettati. Quanti di noi sanno farlo, a quota zero?

Io penso spesso alla solitudine di certe decisioni. A quei momenti in cui devi scegliere, e la scelta è tua soltanto, e non puoi scaricarla su nessuno. Nel lavoro, nella vita. Quando ricopri un ruolo di responsabilità impari presto una cosa: non si è pagati per piacere, ma per rendere. E rendere, a volte, significa prendere decisioni scomode. Significa non essere capito. Significa accettare che non puoi piacere a tutti e, soprattutto, accettare che va bene così.

Ma c’è una sensazione, in quei momenti, che è difficile da descrivere. È quella di trovarsi in una stanza senza porte. Cerchi un’uscita, ma non c’è. In quel momento sei solo. È la solitudine del comando, quella che non si racconta mai abbastanza: le responsabilità che sono tue e di nessun altro.

Con il tempo si impara a lasciare andare. Ma prima rode. E la cosa più dura non è la decisione in sé ma il non essere capito mentre la prendi.

Leggendo di Tamara e del suo gruppo ho riconosciuto qualcosa di familiare. Un gruppo che funziona, che si sostiene, che si allea. Eppure, nella parte più dura, nella zona della morte, quegli ottomila metri dove l’aria non basta e il corpo inizia a tradire, ognuno è solo. Perché lassù aiutare gli altri diventa quasi impossibile. Il tuo corpo pensa a se stesso, ed è già dura così.

E allora mi chiedo: quanto è diverso, davvero, da certe zone della morte che attraversiamo anche noi, a valle? Quei momenti in cui nessuno può portare il peso al posto tuo, e l’unica cosa che puoi fare è continuare.
Ed è proprio lì, in quei momenti, quando sei ridotto all’essenziale, quando non hai più energie per recitare, che scopri chi sei davvero. Che scopri se dentro di te c’è ancora qualcosa di integro, qualcosa che non hai venduto per sembrare più adatto, più professionale, più corazzato.

Forse è questo che Tamara vuol dire quando dice:

“Un grande uomo è colui che non perde mai il suo cuore da bambino.”

Io ci metto un asterisco accanto: è vero, ed è difficilissimo. Perdiamo quel cuore ogni giorno, un pezzo alla volta. Lo lasciamo cadere quando dobbiamo sembrare all’altezza, quando il mondo ci chiede di essere qualcosa di preciso e definito. Quando siamo Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento perché è l’unica cosa che sa fare. E forse il coraggio più grande non è lottare contro i mulini a vento: è sapere quando smettere di farlo.

Tamara non è arrivata in cima. Si è fermata settanta metri prima. E ha vinto lo stesso.

Forse la vera vittoria non è mai dove pensiamo. Forse è in quel momento esatto in cui riusciamo a vedere i nostri limiti con chiarezza e decidiamo, consapevolmente, se onorarli o superarli.

La vetta più difficile non è quella che hai davanti.
È capire se devi scalarla oppure no.


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Questa analisi è stata sviluppata partendo dai principi esposti in “Io, gli ottomila e la felicità” di Tamara Lunger. Puoi trovare questo e altri testi fondamentali nella mia “Pila di Libri”

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