L’arte della guerra non parla di guerra

Sun Tzu, la conoscenza di sé e tutto quello che i leader moderni continuano a non imparare

Duemilacinquecento anni. Poco più, poco meno. Sun Tzu scriveva in un’epoca in cui le battaglie si decidevano con spade, carri e arcieri, in cui un generale poteva perdere non solo una guerra ma la testa, letteralmente, per un errore di valutazione. Eppure, prendete “L’arte della guerra“, apritelo a caso, leggete una frase qualunque per scoprire una cosa fastidiosa: sta parlando di noi. Della nostra azienda, del nostro avversario sportivo di sempre, di quella riunione che sapevamo già come sarebbe andata a finire.

La prima lezione arriva subito: la vittoria si ottiene prima della battaglia. Non durante, non dopo: prima. È nel vantaggio che costruisci in anticipo. Nella preparazione silenziosa. Nelle condizioni che fai maturare mentre l’altro ancora non sa che sei già lì. Sembra ovvio, detto così. Ho capito quanto non fosse ovvio nel modo peggiore possibile: perdendo. La prima volta da manager. La prima volta da sportivo agonistico. Contesti diversi, stesso errore. Ho perso prima ancora di cominciare. Non per mancanza di talento o preparazione. Le emozioni avevano già preso il posto della lucidità. E questo Sun Tzu lo sa, dipende da una cosa sola: quanto ti conosci davvero.

C’è una frase nel libro che contiene tutto:

se conosci il nemico e conosci te stesso, nemmeno in mille battaglie ti troverai in pericolo

La conoscenza di sé viene prima di tutto il resto: prima della strategia, prima della tattica, prima di qualunque tecnica di leadership che potreste trovare in qualsiasi manuale moderno. È qui che comincia la parte interessante: si parla di persone. Non bisogna formarle, non bisogna cambiarle. Se ne conosci la natura, le metti nel posto giusto e smettono di dover forzare sé stesse. Ho visto tanti talenti bruciarsi esattamente per questo. Non perché fossero sbagliati, anzi, potevano essere i migliori in assoluto. Ma erano stati messi nel posto sbagliato, o peggio, nessuno aveva avuto la pazienza di costruire intorno a loro la fiducia necessaria perché potessero esprimersi davvero. E senza fiducia il talento si chiude.

Conoscere le persone, però, non basta. Bisogna anche sapere quando lasciarle andare. Ed è qui che Sun Tzu introduce quella che per me è la lezione più difficile di tutto il libro: il sovrano che non interferisce. La vittoria dipende anche da questo: sapere quando guidare e quando togliersi di mezzo. Me lo ripeto spesso anch’io, da manager: è il caso di intervenire o no? Quando le cose vanno male l’impulso naturale è entrare, toccare, correggere. Ma entrare nel momento sbagliato fa più danno del problema che stavi cercando di risolvere. La lealtà non si compra e non si ordina. Si guadagna. E si guadagna anche sapendo stare fermi, anche quando fa male farlo.

Quello che rimane, alla fine, è una domanda che non riesco a togliermi dalla testa. Esistono biblioteche intere di libri sul management, sul coaching sportivo, sulla leadership, sul mental training. Scaffali interi dedicati a spiegare come motivare le persone, come decidere sotto pressione, come costruire squadre che funzionano. Manager e allenatori parlano continuamente di squadre più performanti. Molto meno spesso si chiedono se stanno già usando bene quelle che hanno. Eppure, tutto questo è già qui, scritto duemilacinquecento anni fa, in un’epoca in cui non esistevano le aziende nel senso moderno del termine, né i coach motivazionali, né i corsi di leadership.

La domanda allora non è perché Sun Tzu sia ancora attuale. È cosa dice di noi il fatto che continuiamo ad aver bisogno che qualcuno ce lo rispieghi.


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  • Il coraggio di dire la verità: Sun Tzu dice che la lealtà si guadagna. Ma c’è un passo prima: avere il coraggio di dire quello che pensi davvero, anche quando non è quello che l’altro vuole sentire.
  • Il costo di non scegliere: Welch e Sun Tzu si parlano senza saperlo. Anche qui il tema è la decisione presa prima che il problema ti costringa a prenderla — e il prezzo che si paga quando non lo si fa.
  • Quando è la mano a tremare: Conoscere se stessi significa anche conoscere i propri pregiudizi. Kahneman lo dimostra: il nemico più difficile da battere non è quello di fronte a te.

Questa analisi è stata sviluppata partendo dai principi esposti in “L’arte della guerra” di Sun Tzu. Puoi trovare questo e altri testi fondamentali nella mia “Pila di Libri”

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