Errore di sistema di Snowden: c’è un momento in cui non puoi più fare finta di non sapere

Snowden non pensava di distruggere il sistema. Voleva soltanto impedire che continuasse a operare nel silenzio

Io avrei fatto niente. Questa è la risposta onesta, quella che quasi nessuno direbbe ad alta voce, ma che questo libro ti costringe ad ammettere.

Edward Snowden è un ex analista dell’intelligence americana. Ha lavorato per la CIA e poi come contractor per la NSA, l’agenzia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con accesso ad alcuni dei sistemi di sorveglianza più potenti mai costruiti. Nel 2013 copia migliaia di documenti classificati e li consegna a un gruppo di giornalisti, rivelando al mondo l’esistenza di programmi di sorveglianza di massa con cui il governo americano raccoglieva dati sulle comunicazioni di milioni di persone, inclusi cittadini americani, senza che ne sapessero nulla. Vola a Hong Kong per incontrare i giornalisti, si rivela pubblicamente in un video, e mentre cerca di raggiungere l’Ecuador il suo passaporto viene bloccato in volo. Atterra a Mosca. Ci vive ancora oggi, con la moglie Lindsay, in esilio permanente. Gli Stati Uniti lo vogliono processare per spionaggio. Lui sostiene di aver difeso la Costituzione che aveva giurato di proteggere. “Errore di sistema” è il libro in cui Snowden si racconta in prima persona.

L’autore non emerge dal libro come un eroe da romanzo. Ed è proprio questo che lo rende interessante. Non è un rivoluzionario nel senso classico del termine. È un ingegnere. Uno che ragiona per sistemi. Uno che passa anni a costruire e ottimizzare architetture informatiche per conto del governo americano e che, a un certo punto, si trova davanti a un dato che non torna. Il sistema che sta mantenendo non fa quello che dovrebbe fare. O forse il problema è ancora peggiore: fa esattamente quello per cui è stato progettato, ma quello scopo è in contraddizione con i principi che dovrebbero giustificarne l’esistenza. Un bug, direbbe un ingegnere. Ma non nel codice. Nello scopo stesso del sistema.

Snowden cresce vicino a Fort Meade, sede della NSA. E questa non è una coincidenza geografica: è una premessa narrativa. Cresci dentro il sistema, ne impari la lingua, ne assorbi i valori, ne fai parte. Poi un giorno vedi qualcosa che non avresti dovuto vedere, o forse qualcosa che avresti dovuto vedere da sempre, e da quel momento non puoi più fingere di non sapere. Snowden chiama questo il punto di non ritorno. Non è il momento in cui decidi di agire. È il momento in cui capisci che, qualunque cosa farai dopo, non potrai più tornare alla versione di te che non sapeva.

Chiunque abbia lavorato dentro un’organizzazione complessa conosce quella sensazione, anche se su scala infinitamente più piccola. È il momento in cui capisci come funziona davvero un processo, non come ti era stato raccontato. Quando vedi che una decisione pensata per tutelare le persone in realtà tutela soprattutto il sistema. Quando realizzi che il protocollo esiste prima di tutto per proteggere l’organizzazione da responsabilità, e solo dopo le persone che dovrebbe servire. Ed è lì che nasce la domanda più scomoda: non c’era davvero un altro modo?

Nel libro Snowden insiste su una distinzione fondamentale: la differenza tra essere fedeli alla legge ed essere fedeli alla Costituzione. Tra seguire le regole scritte e restare fedeli allo scopo per cui quelle regole esistono. È una distinzione che esiste anche altrove. In ingegneria c’è un principio semplice: quando una metrica diventa l’obiettivo, smette di misurare ciò per cui era stata creata. Succede anche nelle aziende. Il processo che doveva semplificare il lavoro diventa il lavoro. Il protocollo che doveva proteggere le persone diventa lo scudo dietro cui nascondersi quando quelle persone non vengono protette. E spesso la differenza tra chi resta nell’etica e chi resta nel business non è nemmeno una differenza di valori. È una differenza di costo che si è disposti a pagare. Perché l’etica ha un costo reale. Ti costa relazioni, carriera, appartenenza. Ti costa quella sensazione rassicurante di essere parte di qualcosa di più grande.

Perché il vero potere dei sistemi complessi non è costringerti. È offrirti continuamente motivi ragionevoli per non fare nulla.

E con il tempo, l’inerzia diventa moralmente plausibile. Questo si che spaventa. Non il sistema. Il fatto che ci si abitua.

Ma la parte più forte del libro è un’altra. Snowden non agisce perché pensa di abbattere il sistema. Sa benissimo che la sorveglianza non finirà con le sue rivelazioni. Sa che quelle infrastrutture continueranno a esistere. Però crede che almeno le persone abbiano il diritto di sapere. A un certo punto, infatti, scrive:

Preferisco trascorrere la vita in esilio che nel rimorso.

Non c’è eroismo in questa frase. C’è solo la lucidità fredda di qualcuno che ha deciso da che parte stare sapendo già quanto gli costerà. Il coraggio che conta davvero non è quello di chi pensa di vincere. È quello di chi agisce sapendo che non cambierà abbastanza da salvare se stesso.

Poi c’è Lindsay. La donna con cui Snowden vive alle Hawaii, la persona con cui immagina il proprio futuro, non sa nulla. Non può saperlo. Mentre lui prende la decisione più importante della sua vita, continua a portarne il peso completamente da solo. Chiunque abbia mai gestito persone conosce una versione in miniatura di quel silenzio. Ci sono informazioni che non puoi divulgare, non perché sia la regola, ma perché farebbero male a chi vuoi proteggere. Le porti da solo. Sorridi, vai avanti, non dici. È già difficile così. Snowden lo ha fatto su una scala che non è paragonabile a nessuna esperienza professionale, sapendo che quella decisione avrebbe cambiato la sua vita per sempre, senza poterne parlare con la persona che amava. Ed è forse questa la forma più concreta del coraggio raccontato dal libro: non il gesto pubblico, non l’esplosione mediatica, ma il silenzio privato che precede tutto il resto. Continuare a vivere normalmente mentre sai che stai per perdere la tua vita precedente. Sorridere, cenare assieme, parlare del futuro…

Il libro è quindi la storia di un uomo ma anche altro: una riflessione sul rapporto tra sicurezza, potere e consenso.

I sistemi di sicurezza esistono perché il mondo reale non è mai pulito quanto i principi che lo descrivono. Ed è questo che rende il libro così difficile: non offre una soluzione perfetta, solo una scelta tragica. La NSA non è nata per fare del male. È nata perché dopo l’11 settembre qualcuno ha deciso che raccogliere tutto era meglio che rischiare di perdere qualcosa. La logica è ingegneristica: più dati raccogli, più aumenta la probabilità di intercettare il segnale nel rumore. Il problema non è il sistema. È chi ci mette le mani dentro, con quale mandato e con quale controllo esterno.

Snowden non dice che la sorveglianza è sbagliata in assoluto. Dice che è sbagliato farla senza che i cittadini lo sappiano. La differenza è sottile ma enorme, e riguarda tutti noi in modo molto più diretto di quanto sembri. Pensa allo smartwatch che hai al polso. Analizza il tuo battito cardiaco, i tuoi pattern di sonno, i tuoi livelli di stress. Quelle informazioni, condivise con il sistema giusto, potrebbero prevenire un infarto. Potrebbero salvarti la vita. Sarebbe sbagliato condividerle? Probabilmente no. Ma la condizione non è la condivisione in sé: è la consapevolezza. Sapere esattamente come quel dato viene usato, da chi, per quanto tempo e con quale possibilità di revoca. La privacy non è il diritto di nascondere qualcosa. È il diritto di scegliere cosa mostrare e a chi, con piena cognizione di causa. Noi quella scelta raramente la facciamo in modo consapevole. La deleghiamo ogni giorno, un click alla volta, a sistemi che non hanno nessun obbligo reale di spiegarci cosa ci faranno.
Ed è questo che Snowden voleva ottenere: non fermare la macchina, ma costringere le persone a sapere che esiste. Una richiesta piccola, se confrontata con il prezzo che ha pagato.

La questione non è se Snowden abbia avuto ragione oppure no. Ma è molto di più: quasi tutti noi, al suo posto, avremmo trovato un modo convincente per restare in silenzio.

Forse è questo che il libro ti lascia davvero addosso: il sospetto di sapere già quale sarebbe stata la nostra scelta.

Io avrei fatto niente.


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  • Flatlandia non parla di chi non vede. Parla di chi vede e tace: Snowden vede qualcosa che non avrebbe dovuto vedere e non può più fare finta di non sapere. Il Quadrato di Abbott vive lo stesso momento — ma sceglie diversamente. Il confronto fa male.
  • Il coraggio di dire la verità: Snowden non mente. Non a sé stesso, non ai giornalisti, non al mondo. Ma dire la verità quando il sistema intero ti chiede di tacere ha un costo che pochi sono disposti a pagare davvero.
  • Il costo di non scegliere: Quasi tutti noi, al posto di Snowden, avremmo trovato un modo convincente per restare in silenzio. Welch lo chiama con un altro nome. Il risultato è lo stesso.

Questa analisi è stata sviluppata partendo dai principi esposti in “Errore di Sistema” di Edward Snowden. Puoi trovare questo e altri testi fondamentali nella mia “Pila di Libri”

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